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Ancelotti e Mourinho, la scuola italiana al comando d’Europa

Un successo tutto italiano conferma che il calcio resta il più raffinato artigianato del pianeta: novanta minuti arroccati nella propria metà campo, a proteggersi dall’arrembante carica del Liverpool, e un paio di affondi sfruttati con tutto il mestiere di cui dispone la bottega esperenziale di Carlo Ancelotti. Italiano il modulo, italiana la gestione delle energie, italiana l’esecuzione del gol. E, da ultimo, italiana quella dose di fatalismo con cui, nei casi più disperati, il Real si è affidato al suo salvatore di ultima istanza: un santone di due metri con l’agilità di un brevilineo. Con Courtois in porta, la distanza percepita tra i pali passa da sette metri e quarantatré a poco più della metà. Donnarumma in formato Wembley non era poi così diverso.
Ancelotti corona il sogno della scuola italiana: trionfare quattro volte nella più nobile delle competizioni europee, un’impresa mai riuscita a un tecnico prima d’ora. Una frase da lui pronunciata alla vigilia della gara suona profetica: non sarà la condizione agonistica a decidere il risultato, aveva detto. A posteriori si comprende con quale scientifica istruzione ha guidato la sua retroguardia e il suo centrocampo ad addormentare la partita, risparmiando energie e inducendo i Reds di Klopp a correre sempre di più, e sempre di più a vuoto. Quando il Liverpool è parso cotto al punto giusto, il Real ha affondato il colpo e poi ha controllato il gioco con una saggezza tattica esemplare, impedendo agli avversari il forcing asfissiante e concedendosi proprio nel finale i contropiede più pericolosi.
La Coppa dei Campioni che torna a Madrid è un capolavoro di saggezza e di umiltà: non vince la squadra più dotata, vince quella più consapevole dei suoi mezzi e dei suoi limiti. Per questo il trionfo di Parigi somiglia per certi versi a quello di Tirana e accomuna due tecnici diversi per stile comunicativo, come Ancelotti e Mourinho, ma allo stesso modo pastori di anime, pedagoghi, psicologi, e motivatori eccezionali.

Un anno fa Ancelotti lasciava l’Everton, dove aveva ripiegato dopo gli incerti di Napoli, e in un clima di scetticismo sfidava il pregiudizio di essere il sopravvissuto di un calcio che fu. La notte del Saint Denis dice che quel calcio che fu è una formula senza tempo. Insegna che le aggregazioni umane sviluppano qualità e merito quando raggiungono il punto in cui riescono a scambiare e a condividere il massimo di energie disponibili. Quel punto è ciò che trasforma uno spogliatoio in una comunità, in cui ciascun membro è disposto a battersi per gli altri allo stesso modo in cui lo farebbe per sé. La lezione di Ancelotti porta al comando un valore umano che niente, quanto lo sport, è in grado di esaltare: l’altruismo. L’imperatore Carlo ne è un impareggiabile maestro.

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Ancelotti, un poker per la storia: mai nessuno come lui

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